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<<Qui termina l’itinerario sorprendente di Prometeo – scrive Albert Camus, con struggente lirismo, nelle ultime pagine de L’homme révolté --. Clamando il suo odio agli dei e il suo amore all’uomo, distoglie con spregio il suo sguardo da Zeus e viene verso i mortali per condurli all’assalto del cielo. Ma gli uomini sono deboli o vili, bisogna organizzarli. Amano il piacere e la felicità immediata; bisogna insegnar loro a rifiutare, per farsi più grandi, il miele dei giorni. Così Prometeo diviene dapprima maestro che insegna, e poi, a sua volta, padrone che comanda. La lotta si prolunga ancora e diviene estenuante. Gli uomini dubitano d’approdare mai alla città del sole, e che questa città esista. Bisogna salvarli da se stessi. Allora l’eroe dice loro che conosce la città è che è il solo a conoscerla. Chi ne dubiti verrà gettato nel deserto, inchiodato a una roccia, offerto in pasto agli uccelli crudeli. Gli altri marceranno ormai nelle tenebre, dietro al signore pensoso e solitario. Prometeo solo è divenuto Dio e regna sulla solitudine degli uomini. Ma, di Zeus, non ha conquistato che la solitudine e la crudeltà: non è più Prometeo, è Cesare. Il vero, l’eterno Prometeo ha preso ora il volto di una delle sue vittime. Lo stesso grido, venuto dal fondo dei tempi, echeggia sempre in fondo al deserto di Scizia>>.
Strana coincidenza: là, nel deserto di Scizia, dove Zeus incatenò Prometeo, in quello stesso luogo, Prometeo fattosi Cesare ha eretto il <<gulag>>. Da quel luogo s’odono i lamenti strazianti delle sue vittime: tragica eco del suo antico grido di dolore. Ma le mura dello storicismo hegelo-marxiano non risultano abbastanza spesse per l’udito di Camus. I lamenti delle vittime provano che Prometeo ha tradito la sua stessa causa. Non è, quindi, un traditore chi cerca di comprendere come ciò sia potuto accadere. Camus cerca, allora, nelle tappe che hanno scandito la rivolta dell’uomo, le cause del tradimento di Prometeo.
Un uomo in rivolta è <<un uomo che dice no>>. Lo schiavo si ribella al proprio padrone quando giudica che questi abbia <<esagerato>>. Che abbia esteso il suo diritto fino a violare i confini entro i quali risiedono i diritti dello schiavo. In questo caso la rivolta rivendica la ricostituzione dell’ordine vigente prima dell’abuso e il riconoscimento di un nuovo diritto che non infranga il sistema istituzionale che regola i rapporti tra il signore e lo schiavo. Intanto, però, lo spirito di rivolta ha segnato il primo progresso della riflessione sull’<<assurdità>> e sull’<<apparente sterilità del mondo>>. <<Nell’esperienza, assurda, la sofferenza è individuale. A principiare dal moto di rivolta – spiega Camus – essa ha coscienza di essere collettiva, è avventura di tutti (…) il male che un solo uomo provava diviene la peste collettiva (…) questa evidenza trae l’uomo dalla sua solitudine. E’ un luogo comune che fonda su tutti gli uomini il primo valore. Mi rivolto dunque siamo>>.
Nella sua rivolta contro il signore, lo schiavo ha preso coscienza di essere uomo. E l’uomo si ribella ai mali del mondo e alla morte. Egli rifiuta di legittimare il potere che lo condanna a una tale fragilità e irreversibile finitudine. Egli, dunque, denuncia <<in Dio il padre della morte e il supremo scandalo>>. Ed è in questa fase che, secondo Camus, la rivolta diviene <<rivolta metafisica>>. <<La rivolta metafisica -- egli scrive – è il movimento per il quale un uomo si erge contro la propria condizione e contro l’intera creazione. E’ metafisica perché contesta i fini dell’uomo e della creazione>>. L’uomo si rivolta contro il Dio <<crudele>> e <<capriccioso>> dell’Antico Testamento . Certo, l’avvento di Cristo e il suo volontario sacrificio forniscono all’uomo l’immagine di un Dio sofferente. Tale sacrificio prova, inoltre, la necessità della sofferenza terrena per il perseguimento della salvezza eterna. Se Dio non può realizzare la giustizia totale si fa egli stesso vittima dell’ingiustizia. Ma la generalizzazione del Male non assolve Dio dal peccato di averlo creato. Cristo appare, allora, all’uomo in rivolta, come l’ennesima vittima dei <<rappresentanti del Dio di Abramo>>. Giunti a questo punto, nota Camus, <<l’abisso che separa il signore dagli schiavi si spalanca di nuovo e la rivolta continua a gridare davanti al volto murato di un invido Dio>>.
Il primo tremendo colpo contro il Dio di Abramo è sferrato da Donatien Alphonse Françoise de Sade. Questi rappresenta – secondo la periodizzazione fissata da Camus – la fase della <<negazione assoluta>> di Dio. Sade nega Dio in nome della Natura e identifica questa nell’istinto sessuale. Egli non rivendica la libertà dei principì, ma quella degli istinti. Egli definisce <<naturale>>la malvagità degli uomini. L’istinto sessuale mortificato rivendica il possesso totale dell’essere oltre la distruzione dell’altro, sino all’ autoannientamento. Sade <<non perdona all’uomo l’idea di Dio>>. Egli è l’assertore del <<tutto è permesso>>.
Il secondo colpo è vibrato da Fedor Dostoevskij. Il suo Ivan Karamazov si rivolta in nome dell’Amore. Egli non nega l’esistenza di Dio, ma <<la confuta in nome di un valore morale>>. <<Se il male è necessario alla creazione divina, allora questa creazione è inaccettabile (…) se il patimento dei bimbi – dice Ivan – serve a compiere la somma dei dolori necessari al conseguimento della verità, affermo fin d’ora che questa verità non vale un tal prezzo>>. Ivan, nella periodizzazione de L’uomo in rivolta, <<incarna il rifiuto della salvezza>>. Egli rifiuta la condizione posta dal <<Dio omicida>>: non accetta la vita immortale se il prezzo terreno dev’essere la passiva rassegnazione al Male. Ivan non si rimette alla volontà di Dio, ma ad un principio più alto: la giustizia. Egli inagura, come sostiene Camus, <<l’impresa essenziale della rivolta, che sta nel sostituire al regno della grazia il regno della giustizia>>. La sofferenza di un innocente per opera di Dio non vale la salvezza di tutti gli altri. Al <<tutto è lecito>> di Sade si aggiunge il <<tutti o nessuno>> di Ivan Karamazov.
L’ultimo artefice della rivolta metafisica indicato da Camus è Friedrich Nietzsche. Questi si aggira inquieto tra i cocci dell’Idolo in frantumi. Se il mondo non ha più una finalità divina, l’uomo diviene, secondo Nietzsche,<< responsabile di tutto ciò che vive>>. Se l’uomo ha infranto le Tavole, ora deve fondare una nuova morale. L’orfano di Dio dovrà autodeterminarsi per essere, dovrà farsi egli stesso creatore. <<quando non si trova la grandezza in Dio – scrive Nietzsche – non la si trova in alcun luogo e bisogna negarla o crearla>>. <<Ci sta toccando in sorte – avverte Nietzsche – il compito di governanti della terra>>.
<<Nietzsche è effettivamente quanto riconosceva di essere di essere: la coscienza più acuta del nichilismo>>, sostiene Camus, e aggiunge: <<il passo decisivo che egli ha fatto compiere allo spirito di rivolta è consistito nel farlo saltare dalla negazione dell’ideale alla secolarizzazione dell’ideale. Poiché la salvezza dell’uomo non si fa in Dio, deve farsi sulla terra>>.
Compiuto il Parricidio, <<solo>> e fluttuante nell’infinito, l’uomo proverà a farsi egli stesso Dio per edificare il Paradiso in terra. La <<rivolta metafisica>> si materealizza nella <<rivolta storica>>. La rivolta diviene rivoluzione. All’innocenza del rivoltoso che lotta individualmente per essere, e che impone agli uomini null’altro se non il proprio esempio, si sostituisce il cinismo del rivoluzionario che pretende di esercitare sulla collettività il monopolio della violenza. <<Ogni rivolta – nota Camus – è nostalgia d’innocenza e anelito all’essere. Ma la nostalgia prende un giorno le armi e si assume la colpevolezza totale, cioè l’omicidio e la violenza>>. La rivoluzione vuol riplasmare l’intera organizzazione sociale: << una rivoluzione – scrive Camus – è un tentativo di modellare l’atto sull’idea, di foggiare il mondo entro un’inquadratura teorica>>.
Nonostante la rivoluzione non sia che <<il logico sviluppo della rivolta metafisica>>, essa affonda, però, le sue radici nei regicidi dell’Ottocento. <<Ai regicidi dell’Ottocento – si legge ne L’uomo in rivolta – succedono i deicidi del Novecento che perseguono fino in fondo la logica della rivolta, e vogliono fare della terra il regno in cui l’uomo sarà Dio. Comincia il regno della storia e, identificandosi alla sola sua storia, l’uomo, infedele alla sua rivolta, si consacrerà ormai alle rivoluzioni nichiliste del Novecento: negando ogni morale, esse cercano disperatamente l’unità del genere umano attraverso una spossante accumulazione di delitti di guerre. Alla rivoluzione giacobina che cercava d’instaurare la religione della virtù per fondare su di essa l’unità, succedono le rivoluzioni ciniche, siano esse di destra o di sinistra, che tenteranno di conquistare l’unità del mondo per fondare finalmente la religione dell’uomo. Tutto ciò apparteneva a Dio sarà ormai reso a Cesare>>.
Colui che ha fornito le basi filosofiche sulle quali fondare lo spietato Regno della storia è stato – a giudizio di Camus – Friedrich Hegel. Questi ha elaborato la <<filosofia della mala coscienza>>. Hegel dà alla speranza di rivolta nuovi strumenti teorici. Egli identifica il reale al razionale, fonda la Storia senza trascendenze. Ogni morale è provvisoria: <<Hegel – avverte Camus – distrugge definitamente ogni trascendenza verticale, e soprattutto quella dei principi (…). Egli ristabilisce, senza dubbio, nel divenire del mondo l’immanenza dello spirito. Ma questa immanenza non fissa, non ha niente in comune con l’antico panteismo. Lo spirito è, e non è nel mondo; esso vi si fa e vi sarà. Il valore viene dunque trasferito dunque alla fine della Storia. Fino a quel momento non vi è nessun criterio proprio a fondare un giudizio di valore. Si deve agire e vivere in funzione dell’avvenire>>. Ciò che Hegel distrugge non è solamente la trascendenza. Egli definisce il processo storico come lo svolgimento di razionalità e necessità. Hegel colloca la parusia dopo la risoluzione delle necessarie contraddizioni storiche. Ogni tappa di questo divenire è, quindi, inevitabile, e su ognuna di esse è inutile esprimere giudizi di valore. Tutto è già scritto nella Storia, ma resta ignoto fino al suo svelarsi, quindi ogni azione diventa arbitraria. Lo storicismo finisce col legittimare l’arbitrio. <<Il cinismo -- scrive in proposito Camus --, la divinizzazione della storia e della materia, il terrore individuale o il delitto di Stato, queste conseguenze, smisurate nasceranno allora, interamente armate, da un’equivoca concezione del mondo che affida alla sola storia il compito di produrre i valori e la verità. Se nulla può essere chiaramente concepito prima della verità, alla fine dei tempi, sia stata messa alla luce, ogni azione è arbitraria, la forza finisce per regnare>>.<<Uccidere o asservire>>. Gli eredi di Hegel seguiranno una di queste due alternative.
La prima soluzione popolerà il XIX secolo di nichilisti e terroristi che risolveranno il <<problema del padrone e dello schiavo>> col suicidio filosofico o il sacrificio. Il <<proletariato di liceali>> descritto da Dostoevskij irrompe nella storia della rivolta. Praticando forme di terrorismo individuale Kaliayev e gli altri intendono – secondo Camus -- <<ricreare una comunità di giustizia e di amore raccogliendo così una missione che la Chiesa ha tradito>>. Camus, pur individuando in questo movimento i caratteri puri della Rivolta, precisa, però, che il dispotismo praticato all’interno di queste sette contiene i germi del futuro dispotismo di Stato.
Coloro che decideranno di <<asservire>> genereranno, nel XX secolo, una nuova razza d’uomini decisi ad affermare che lo <<schiavo non si affranca se non divenendo padrone a sua volta>>. Il movimento rivoluzionario aderirà a questa soluzione nella certezza che, <<quando la miseria avrà fatto il suo tempo, quando le contraddizioni storiche saranno risolte, il vero dio, il dio uomo sarà lo Stato>>. Ma il <<sogno profetico>> di Marx, le <<possenti anticipazioni>> di Hegel e di Nietzsche -- <<rasa al suolo la Città di Dio>> -- hanno generato lo <<Stato terrorista>>. L’autore de L’uomo in rivolta divide tale forma di terrorismo in due categorie a seconda che essa pratichi il terrore <<irrazionale>> o quello <<razionale>>. Nella prima categoria egli include tutte le forme di nazifascismo; nella seconda <<il comunismo russo>>. Egli ritiene che il terrore di Stato irrazionale manchi di <<una ambizione universale>>, per cui si condanna a non essere altro che <<dinamismo biologico>>. Diversamente, nella sua forma <<razionale>>, il terrore di Stato tenta di edificare sulle rovine della Città di Dio la città dell’uomo. <<Nonostante le apparenze, la rivoluzione tedesca non aveva avvenire. Era soltanto un impeto primitivo i cui danni sono stati maggiori dell’ambizione reale – si legge ne L’uomo in rivolta --. Invece il comunismo russo ha preso su di sé l’ambizione metafisica descritta da questo saggio, l’edificazione, dopo la morte di Dio, di una città dell’uomo finalmente divinizzata. Questo nome di rivoluzione, al quale l’avventura hitleriana non può pretendere, l’ha meritato il comunismo russo, e, sebbene secondo ogni apparenza non lo meriti più, pretende di doverlo meritare un giorno, e per sempre. Per la prima volta nella storia, una dottrina e un movimento che poggiano sopra un Impero in armi si propongono come fine la rivoluzione definitiva e l’unificazione totale del mondo>>.
La città dell’uomo doveva sorgere dall’escatologia storicistica marxiana. Ma le << le predizioni>> e le <<profezie>> di Marx sono state smentite dalle imprevedibili <<repliche della storia>>. <<Capitale e proletariato – scrive Camus – sono stati ambedue infedeli a Marx>>: il capitale non ha subito la sua ultima crisi, l’internazionalismo proletario si è fermato sulla Vistola, il proletariato occidentale non ha subito l’annunciato depauperamento progressivo. Il proletariato mondiale ha respinto la missione storica che Marx, credendo di leggere nel Libro dei Tempi, gli aveva assegnato. L’ultima pagina del Libro non è ancora scritta. Ma tutto ciò non scalfisce le granitiche certezze di Lenin prima, e di Stalin poi. Questi procedono, tra milioni di cadaveri, nel senso indicato dalla Storia. <<L’utopia sostituisce a Dio l’avvenire>>. Il proletariato diventa così <<un potente mezzo fra gli altri nelle mani degli asceti rivoluzionari>>. Quella che doveva essere la città dell’uomo risulta un universo concentrazionario. <<L’Impero militare>> governa col <<processo permanente>>. Con riferimento al terrore – instaurato da Lenin e praticato ininterrottamente da Stalin – Camus afferma: <<L’Impero, nel suo sforzo convulso verso il regno definitivo, tende a integrare la morte. Si può asservire un uomo vivo e ridurlo allo stato storico di cosa. Ma, se muore rifiutando, riafferma una natura umana che ripudia l’ordine delle cose. per questo l’accusato viene mostrato e ucciso di fronte al mondo soltanto se acconsente a dire che la sua morte sarà giusta, e conforme all’Impero delle cose. Bisogna morire disonorato o non essere più, né in vita né in morte. In quest’ultimo caso non si muore, si scompare>>. Per la stabilità dell’Impero anche un cadavere può risultare minaccioso, se la sua morte appare come un atto di Rivolta. Così la rivoluzione ha stroncato la rivolta. L’Impero della riconciliazione definitiva non può consentire la rivolta a meno di autonegarsi, di delegittimarsi quale unico e autentico interprete del Disegno della Storia.
<< Scegliere la storia, ed essa sola -- osserva Camus --, significa scegliere il nichilismo contro gli insegnamenti della rivolta stessa>>. Diversamente, egli esorta, <<la rivolta alle prese con la storia aggiunge che, invece di uccidere e morire per produrre l’essere che non siamo, dobbiamo vivere e far vivere per creare quello che siamo>>.
La via che deve seguire Prometeo, se non vuol subire l’orrenda mutazione in Cesare, è quella indicata da Nemesi, dea della misura. <<La misura ci insegna – scrive Camus – che occorre ad ogni morale una parte di realismo: la virtù pura è omicida; e che occorre una parte di morale ad ogni realismo: il cinismo è omicida>>. La misura non è assimilabile alla quieta rassegnazione; essa, <<al contrario -- si legge nelle ultime pagine de L’uomo in rivolta --, è pura tensione (…). Non fa morire gli altri per crearsi un alibi. Nella lacerazione estrema, ritrova il proprio limite sul quale, come Kaliayev, si sacrifica, ove occorra. La misura non è il contrario della rivolta. La rivolta è essa stessa misura: essa la ordina, la difende e la ricrea attraverso la storia e i suoi disordini. L’origine di questo valore ci garantisce che esso non può non essere intimamente lacerato. La misura, nata dalla rivolta, non può viversi se non mediante la rivolta. E’ costante conflitto, perpetuamente suscitato e signoreggiato dall’intelligenza. Non trionfa dell’impossibile né dell’abisso.
La misura indica il limite oltre il quale la natura degli uomini e delle cose si fa mostruosa. Il limite è l’assoluto. <<L’assoluto – avverte Camus – non si consegue e soprattutto non si crea attraverso la storia. La politica non è religione, o allora è inquisizione.(…). La storia allora non può più essere innalzata a oggetto di culto. E’ solo un’occasione, che si tratta di rendere feconda con una rivolta vigile>>.
Un uomo non può vivere nell’odio furente verso il proprio presente, e amare incondizionatamente un imprecisato futuro: <<La vera generosità verso l’avvenire – conclude Camus – consiste nel dare tutto al presente>>.
Certo rinunciare all’assoluto, rimanere al di qua del limite, <<darsi al presente>> è la via giusta da percorrere. Ma, per questa via, la coesistenza umana rischia di ridursi all’intreccio caotico e fugace di vite separate. Vite separate dalla competizione per il perseguimento del proprio interesse. E, dopo ogni competizione, vincitori e vinti sprofondano nella propria solitudine. Viviamo soli, immersi in una nuova forma di nichilismo. Un nichilismo attivo. Il senso alla vita è conferito dalla lotta di tutti contro tutti per lo spasmodico possesso di oggetti e simboli inutili da ostentare, consumare e riacquistare.
Non ci resta che un solo valore per ridare un senso alla vita: l’amore. La vita e le cose non sono che vuote immagini spazio-temorali senza senso se non sono animate dall’amore, <<perché – conclude Camus – non essere amati è solo sfortuna. Non amare è sventura. Oggi moriamo tutti di questa sventura>>.
Ludovico Martello
· Albert Camus nasce a Mondovi (Algeria) nel 1913. Orfano di padre, cresce in un quartiere popolare di Algeri con la madre, che lavora come operaia e poi come domestica. Grazie a una borsa di studio frequenta il liceo di Algeri, dove Jean Grenier, professore e amico, lo indirizza agli studi filosofici, che concluderà nel 1936 con la tesi su metafisica cristiana e neoplatonismo.
· Nel 1934 aderisce al partito comunista, dal quale si staccherà qualche anno dopo.
· Dalla Savoia, dove soggiorna per un attacco di tubercolosi, male che lo affliggerà anche in seguito, rientra ad Algeri e dal 1938 collabora ad Alger Républicain.
· Una raccolta di saggi, Il rovescio e il diritto, inizia la sua carriera di scrittore.
· Nel 1940 si trasferisce a Parigi, lavora a Paris-Soir, sposa in seconde nozze Francine Faure.
· Nel 1941 entra nella Resistenza come esponente del movimento Combat (con questo titolo uscirà dopo la liberazione un quotidiano di cui Camus sarà per tre anni redattore capo).
· Quando nel 1946, compie un viaggio negli Stati Uniti, la sua fama è già affermata; l’anno seguente La peste, il suo romanzo più significativo, rinnova e dilata il successo dello Straniero (1942), del Mito di Sisifo (1942) e del dramma Caligula (1944).
· Del 1951 è il saggio L’uomo in rivolta, che accende aspre polemiche. Nel 1956 lancia ad Algeri un appello alla tregua, che è male accolto dai compatrioti. Dello stesso anno è il romanzo La caduta.
· Nel 1957 vince il Premio Nobel per la letteratura.
· Muore in un incidente automobilistico a Sens, nel 1960.
(Tutte le sue opere narrative, teatrali e saggistiche sono state pubblicate in Italia da Bompiani).
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