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Marcello Pera e Benedetto XVI
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Dibattito Politico Riduci

A proposito di Liberalismo e Cristianesimo

Marcello Pera nel saggio dove spiega Perché dobbiamo dirci cristiani (Mondadori) e che Papa Benedetto XVI carezza di lodi vivissime nella sua lettera di presentazione, specie quando ne ascrive gli argomenti al rigore di una logica “cogente” ed “inconfutabile”.

“Inconfutabile”? “Cogente”? Con tutto il rispetto per così alti favori,pure sull’onda dell’ammirazione si solleva l’increspatura di qualche dubbio. Che, combinazione, tocca proprio la tessitura logica del ragionamento di Pera, dove almeno in due punti sono allineati concetti che o non si richiamano tra loro (non necessariamente, almeno) o semplicemente si contraddicono. E cominciamo da lì, dalle idee che non si tengono dietro l’un l’altra. Quando, ad avviso di Pera, “è necessario che la ricchezza dell’esperienza umana non sia amputata della presenza nella nostra vita del senso del divino, del sacro, del mistero, dell’infinito”, quando dunque il divino viene collegato al mistero e il sacro all’infinito, quando Pera ragiona così è facile replicare che molti vi sono i quali restano chiusi agli inviti della trascendenza pur stimandosi inquilini di un mondo perduto in un infinito senza senso e senza perché. Schierare come in ordine di parata il divino e il sacro insieme col mistero e l’infinito è allacciare concetti che non sempre e non dappertutto procedono di conserva. Ma c’è dell’altro. C’è che per Pera solo in virtù della “scelta cristiana, di darsi a Dio … non confonderemo l’autonomia morale con la libera scelta individuale”. O che vuol dire? Forse che l’autonomia morale non postula la libertà della scelta individuale? Che niente niente io rimango padrone del bene e del giusto anche quando altri me lo impongono con la forza delle armi? Come si può sciogliere l’autonomia dalla libertà senza poi fare esplodere l’una e l’altra cosa sotto l’urto della più fragorosa contraddizione? C’è modo, dunque, di non contaminarle (Pera direbbe “non confonderle”) tra loro? Sì, un modo c’è. Che è poi il modo diletto al magistero del Pontefice, quando, sin da tempi più risalenti, ha precisato che nella tradizione cristiana “la coscienza è la capacità di aprirsi all’appello della verità obiettiva, universale ed eguale per tutti (…) Invece nella concezione innovativa, di chiara ascendenza kantiana, la coscienza è sganciata dal suo rapporto costitutivo con un contenuto di verità”. Il punto è importante perchè, come raffigurata in scorcio, è tutta qua la differenza che passa tra la libertà di coscienza del laico-liberale e la libertà di coscienza del cristiano-cattolico. Per il laico-liberale, la libertà di coscienza è il diritto di professare una verità qualunque – una qualunque, intendiamo? – e dunque anche di non professarne alcuna, se così gli turbina dentro; mentre per il cristiano-cattolico del dopo Concilio la libertà di coscienza è il diritto di non essere distolti con la forza dalla ricerca dell’unica verità, che però è già precostituita e solo attende di essere scoperta. Trattandosi di verità precostituita, tutto, tutto è già stabilito in anticipo: al più gli uomini potranno precisarla meglio quella verità e meglio adattarla ai tempi, ma certo non dovranno inventare nulla e nulla potranno concedere ai conati della loro autonomia. In questo senso, - che è il senso cattolico, si capisce, e non laico-liberale – veramente l’autonomia morale né presuppone né coincide con la libera scelta individuale. Nell’universo cattolico, dunque, gli uomini devono tenersi stretti ad un ordine etico che esiste prima della loro volontà; negli orizzonti laico-liberali, invece, l’ordine emergerà – se emergerà – solo dopo che le volontà dei singoli avranno procurato di realizzarlo sotto la guida della loro intelligenza e alla luce della loro coscienza. Sarà buono? Sarà cattivo quell’ordine? Non sappiamo. Sappiamo che sarà il loro ordine. E tanto basta al liberalismo. Che sul punto è ancora restio alla sapienza cattolica e dunque meno docile agli auspici di Pera.

Gaetano Pecora

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