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UNISANNIO - Corso di Filosofia della Politica - prof. Ludovico Martello

 

 

Attualità Politica

Corruzione e questione morale

Cosa succede quando lo Stato non adempie alle sue funzioni essenziali in una democrazia liberale, come il mantenimento della libertà di mercato e della concorrenza, alla cornice giuridica del Diritto facendo rispettare regole e norme, vigilando sulla loro osservanza? Quando è lo Stato a diventare illegittimo, onnipresente dove non dovrebbe essere – come nel merito e l’iniziativa dei singoli – e assente dove dovrebbe essere, come nella lotta alla corruzione e al crimine? Senza fare del moralismo, che è degenerazione della moralità, dobbiamo porci la domanda se siamo ancora uno Stato di diritto, con principi e valori universali nel rispetto della dignità dell’uomo.
         Alla luce dell’esperienza storica, possiamo affermare che il tasso di libertà e di diritto in una società sono inversamente proporzionali all’ampiezza della questione morale; inversamente proporzionali: quanto più una società è corrotta e le sue istituzioni sospette, più nel suo seno si nasconde il germe della distruzione. E questo è un dato oggettivo. Come una curva ascendente e discendente in un diagramma scientifico, le variabili puntuali che riscontriamo ogni qualvolta c’è un declino di un’economia sono due: alta tassazione e corruzione. La corruzione e la criminalità rappresentano la vera emergenza del Paese e ogni liberale ha il diritto-dovere morale di denunciare e opporsi a ogni ingerenza e abuso a garanzia della libertà; perché il crimine è una minaccia seria e reale alle istituzioni, al funzionamento della libera concorrenza, alla proprietà privata e alla convivenza civile. Il liberalismo non è anarchia: al proprio fondamento ci sono il diritto e dei principi, è bene ricordarlo; e i Governi devono vigilare su questi, “perché la vita economica non si svolge in un vuoto morale. Essa esige solide fondamenta etiche, senza le quali un libero ordinamento non potrebbe mantenersi ad un sufficiente livello morale” (Wilhelm Rópke).
         Stiamo ai fatti. “Un terzo dell’economia italiana è in mano alla mafia. O garantiamo all’economia un futuro libero di condizionamenti del sistema criminale, oppure ci condanniamo a convivere con questo potere” (Antonio Ingroia).
         “La mafia è la più grande azienda italiana. Nel 2007 ha fatturato novanta miliardi di euro. E’ una cifra per difetto, perché è il dato che riguarda le attività connesse al commercio ed esclude i numeri legati al traffico di droga, al traffico di esseri umani e al traffico d’armi. Solo il traffico di droga, secondo il procuratore nazionale antimafia, vale 50 miliardi di euro l’anno” (da una ricerca SOS Impresa e Confesercenti).
         Nell’ultima relazione parlamentare d’inchiesta sulla ‘ndrangheta ci sono alcuni capitoli sul nord Italia e ce n’è uno di 23 pagine in particolare sulla Lombardia, nel quale in sostanza si afferma che Milano è una colonia dellam ‘ndrangheta. E’ un’inchiesta passata sotto silenzio, relatore l’on. Francesco Forgione. E che dire della camorra, dell’espansione a rete su tutto il territorio nazionale? Il racket delle estorsioni e il controllo degli appalti pubblici, perché va ricordato che la criminalità convive con lo Stato. E la conferma arriva proprio dallo Stato, che si autodenuncia: la corruzione solo nella pubblica amministrazione costa 50-60 miliardi l’anno. Rapporto al Parlamento del Servizio Anticorruzione.
         Tullio Lazzaro, Presidente Corte dei Conti: “L’Italia è agli ultimi posti delle classifiche sulla lotta alla corruzione. Una vera e propria emergenza nazionale”. Antonio Martucci, Procuratore generale Corte dei Conti in Campania: “Qui esiste un’illegalità diffusa in una pubblica amministrazione complessivamente malata”. Governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi: “Il fenomeno di riciclaggio, cioè l’investimento dei proventi di attività illecite in attività economiche per finanziare attività legali, assume dimensioni tanto più ampie quanto maggiore è la scala dell organizzazioni criminali. Operazioni sospette pervenute all’Ufficio Italiano Cambi: dalle 840 operazioni annue del 1997 si è passati alle 10.327 del 2006, per un totale di 57.044 in un decennio”. Sono solo alcune delle autorità istituzionali che lanciano quotidianamente allarmi, inascoltati.
         E che dire di numerosi studi specifici, come l’illuminante e importantissimo studio-ricerca dell’economista americano Maisés Naim, che sostiene – dati alla mano – che il crimine è la prima industria mondiale? E del giornalista inglese Glenny Misha, del suo libro Mc Mafia? All’estero la riflessione su questi temi è molto più avanti, ha fatto scuola la “moral theory of white collar crine”, il crimine dei colletti bianchi. E l’opinione pubblica è più attenta e informata su quello che è il vero flagello: economia informale o sommersa. Secondo le cifre del Fondo monetario internazionale e della Banca mondiale, l’economia criminale si attesta fra il 15 e il 20% del fatturato mondiale. Se le organizzazioni criminali rappresentano l’élite del terzo millennio, protagoniste dell’accumulazione del capitale, queste inevitabilmente condizionano la società, le istituzioni, la politica e la vita democratica. Domando: quanto della crisi attuale è dovuta a questi fenomeni distorsivi e perversi del libero mercato?
         Perché le conseguenze sociali sono devastanti. Una ricerca Censis e Svimez hanno dimostrato che solo nelle aree meridionali d’Italia il controllo della malavita sull’economia reale significa 180.000 posti di lavoro perduti ogni anno; 7,5 miliardi di euro ogni anno; il PIL pro-capite senza il controllo e il condizionamento della criminalità sarebbe identico a quello del centro-nord. E’ impressionante. Dov’è lo Stato di diritto nel Mezzogiorno? In un Paese normale, davanti a questi dati, il Capo dello Stato – a reti unificate – chiederebbe lo stato di emergenza. Ma non succede nulla, semplicemente perché significherebbe sciogliere il Parlamento e oltre la metà degli enti locali: i costi della malapolitica. Occorre allora sottolineare con il sangue questo: la criminalità imprigiona lo sviluppo e ruba il futuro ai giovani, limita la libertà economica e le iniziative imprenditoriali, è una minaccia alla pace e ci condanna alla schiavitù. E questo vuol dire la morte della democrazia, intesa come garanzia delle libertà individuali e dignità dell’uomo: il cuore del liberalismo.
         “Dove non c’è legge non c’è libertà” (John Locke). E dove il mercato non c’è o è falsato, i princìpi calpestati, le regole violate, siamo in un rapporto di forza: lo Stato leviatano di Hobbes. E’ il dispotismo di una nomenclatura di oligarchie criminali che lottano per il potere, di appropriarsi dei beni e della vita degli individui. Il contrario del liberalismo, che vuol dire fiducia nelle istituzioni che mi governano; pago le tasse perché ho fiducia che quei soldi vanno a buon fine; studio all’università perché sarò valutato attraverso il merito e non per la bustarella al politico; sono contadino ma ho uguali possibilità di raggiungere i vertici attraverso una sana competizione e mobilità sociale, ecc.
         Occorre riflettere anche su questo per capire in quale direzione stiamo andando e per non essere condannati dalle “dure repliche della storia”. E’ stato un errore imperdonabile della nostra classe politica delegare la lotta alle varie mafie e alla criminalità alla sola magistratura, per poi ostacolarla nei momenti di avvicinamento alla verità. Il crimine non rappresenta solo un problema di ordine pubblico: E’ IL VERO PROBLEMA DELL’INTERO PAESE. La lotta alla corruzione e alla criminalità è un problema politico e come tale va affrontato. Ma è illusione aspettarsi ingenuamente dei cambiamenti in tale direzione da questa classe politica, semplicemente perché ne è complice e collusa fino al testosterone. Le ragioni della nostra crisi sono tutte qui.
         La corruzione, la criminalità, come si è visto, limitano lo sviluppo, minacciano la proprietà privata e la libera iniziativa, drogano il mercato e la competitività; in una parola, ci condannano alla paura e alla sudditanza psicologica. Cosa succede quando tutto questo è in pericolo? Il sostantivo “democrazia” diventa una farsa, una balla colossale, un astuto espediente per accrescere ancor più il potere dello Stato sugli uomini. Per dirla e concludere con Isaiah Berlin, è inutile la mia libertà “di” votare senza la libertà “da” condizionamenti della criminalità del controllo sistematico del territorio e del voto; libero “da” uno Stato tassatore e sprecone che mi obbliga a lavorare per lui fino ad agosto; aprire un’impresa senza dover pagare il pizzo, “da” un mercato manipolato da forze e capitali riciclati ecc. ecc.
         Come si vede, una questione morale c’è ed è anche forte. Tocca ai liberali tosti e cristiani veri farsene carico.
 

Luigi Tangredi

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