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CHE COS’E’ IL PD?
Il Pd è un “partito coalizione”, volto a riunire due partiti dalle esperienze storiche profondamente diverse:
- le radici della Margherita risalgono alla storia della Dc
- ed i Ds, invece, sono eredi (di seconda generazione) del Pci.
Ciò ha determinato una “coabitazione” tra figure politiche molto diverse tra loro, una “convivenza difficile” al punto da non riuscire a consentire di trovare un ragionevole accordo nemmeno per quanto riguarda la collocazione del partito nell’ambito del Parlamento europeo: dove può mai collocarsi il Pd se non nell’unico gruppo europarlamentare riformista e progressista contrapposto al Ppe (in cui, di contro, risiedono il Pdl e l’Udc), ossia il Pse (in cui, invece, siedono tutti i socialisti europei)?
Il Pd è un partito di Sinistra, di centro o di centrosinistra? A questa prima basilare domanda (da cui dipenda la scelta di milioni di elettori indecisi):
- nessuno è stato in grado di dare una esauriente risposta
- o, forse, troppe (ma “contraddittorie”) risposte vengono date (ad esempio, l’idea di partito democratico di Rutelli e della Binetti è a dir poco “altra” rispetto a quella di Marino o della Serracchiani!).
Mentre per la maggioranza degli elettori del Pd (provenienti dall’esperienza dei Ds) il loro è senza dubbi il più grande partito della Sinistra italiana, a molti esponenti dello stesso partito (Rutelli, Binetti, Follini …) vengono ancora le “orticarie” a identificarsi come esponenti della Sinistra!
La classe dirigente del Pd ha perso un orientamento comune, denunciando un preoccupante “stato confusionale”: come possono gli stessi dirigenti di un partito azzuffarsi quotidianamente sulla identità politica del partito di cui fanno parte?
Uno slogan del Pd molto usato è: “Non mi interessa da dove vieni, mi interessa dove stai andando ...”. Detto molto saggio ma che può ripercuotersi contro lo stesso partito: dove sta andando il Pd? E dove vuole andare?
“Il Pd è un esperimento politico nuovo e diverso da ogni altro”, si suole rispondere … Questo è vero. Il problema, però, è che nessuno è riuscito ancora a spiegare “degnamente” cosa abbia prodotto tale esperimento (se una creatura fantastica oppure un mostro!).
Per ora, le uniche definizioni degne di nota del Pd sono quelle:
- di “amalgama malriuscito” (Massimo D’Alema)
- o di “tubetto senza dentifricio” (Arturo Parisi).
Insomma: non proprio quello che si auguravano i tre milioni e mezzo di elettori che, votando per la prima volta alle primarie di partito due anni fa, hanno scommesso in questo progetto politico!
Il Pd,dunque, più che un partito neo-nato … sembra un partito “mai nato”!
PERCHE’ NASCE IL PD?
Il Pd nasce come reazione al fallimento politico:
- di sette anni di governo di centrosinistra nell’ultimo quindicennio (per ultimo, del secondo governo Prodi)
- e dell’esperienza dell’Ulivo (l’ampia coalizione che vedeva insieme Udeur, Margherita, Ds, Idv, Prc, Pdci, Sdi e Verdi).
L’idea promotrice di un rinnovamento politico era la seguente: il centrosinistra (inteso come coalizione di ben otto partiti!) si è mostrato:
- capace di “vincere” le elezioni (tenuti insieme dall’ “anti-berlusconismo”)
- ma incapace di “governare”.
Questa “diagnosi” è obiettiva ed incontestabile! Il problema è valutare se la “cura” proposta è stata la migliore possibile … E’ stata lungimirante, dunque, la scelta:
- di creare “dal nulla” un partito, il Pd (nato dalla “fusione a freddo” tra Margherita e Ds)
- e di condannare “senza appello” l’esperienza storica di quindici anni di centrosinistra (fagocitando i Radicali nel Pd, accettando l’alleanza solo con l’Idv ed escludendo ogni forma di alleanza con la Sinistra “non radicale”)?
Sarebbe facile sostenere solo adesso di “no”, alla luce della “debacle” elettorale del centrosinistra in occasione delle recenti elezioni politiche, regionali ed europee (salvo la “non casuale” eccezione dell’Idv): il vero errore della dirigenza veltroniana è stato quello di non accorgersi che questa scelta era giudicabile miope e suicida ancor prima del riscontro dei risultati elettorali!
Nessuno mette in discussione il fatto che nemmeno “Mago Merlino”, dopo l’ultima esperienza di Governo Prodi-Padoa Schioppa, avrebbe potuto rianimare la base frastornata del centrosinistra … (è stato soprattutto l’astensionismo di Sinistra a punire il centrosinistra!). Il problema è che quello che è stato definito “coraggio politico” di Veltroni (non a caso, soprattutto dal centrodestra che ne ha beneficiato!) altro non era che “lucida follia”, che ha condannato l’intero centrosinistra a “straperdere” (piuttosto che perdere …).
PERCHE’ IL PROGETTO DEL PD E’ SENZA CUORE, SENZA SPERANZE E “SENZA FUTURO”
Il Pd è un “partito ombra” di se stesso …
L’unico risultato storico che ha raggiunto è stato quello di:
1- far sparire la Sinistra (sia comunista che socialista) dal Parlamento
2- e mettere “in crisi esistenziale” milioni di elettori di Sinistra (tormentati da domande del tipo: “Chi siamo? Da dove veniamo? Perché esistiamo? E dove dobbiamo andare?”).
Così come configurato, il Pd è condannato ad essere un partito “maggioritario” ma con una forte “vocazione minoritaria”!
Occorrerebbe fare una seria e profonda autocritica:
1- il “sogno veltroniano” di costruire un grande partito di centrosinistra a forte vocazione maggioritaria (capace di riunire omogeneamente in sé le anime laiche e cattoliche dello schieramento) si è rivelato una “ingenua illusione”
2- un “partito nuovo” (che vada oltre la semplice fusione di Margherita e Ds) non può costruirsi con “volti vecchi” (con una classe dirigente composta quasi esclusivamente da ex dirigenti della Margherita e dei Ds!).
Veltroni resta una grande personalità, che si è spesa con umiltà e coraggio nell’impresa di costruire il Pd (e che è apprezzabile, se non altro, per essere stato l’unico dirigente del centrosinistra nella storia della Seconda Repubblica ad essersi assunto tutte le responsabilità di una sconfitta elettorale -anche quelle non sue!- rassegnando le dimissioni …).
Il limite più evidente di Veltroni, però, è stato quello di aver fatto i conti con un’Italia “sognata”, auspicata … ma diversa da quella “reale”: pensare che la contrapposizione tra il “centro” e la “Sinistra” sia solo terminologica, immaginare che lo scontro tra “cattolici” e “laici” sia da archiviare come storia passata del ‘900 è stato un imperdonabile errore! Errore tanto più evidente se si fa i conti con un paese, l’Italia, dove si registra:
- la più forte ingerenza in tutto l’Occidente del potere clericale nelle scelte della politica (complice la debolezza dei partiti)
- e l’operare della destra più conservatrice e bigotta di tutta Europa (capace di emarginare al suo interno una personalità come Gianfranco Fini per il semplice “buon senso” dimostrato su più questioni).
Di fronte al tema della laicità, delle libertà personali ed a questioni etiche di primordine in una società moderna (unioni civili, pillola Ru486, aborto, discriminazioni omofobe, testamento biologico, fecondazione eterologa, ricerca sulle cellule staminali …) un partito serio non può “non esprimersi”, non assumere una posizione chiara ed unitaria, lasciando “in ogni caso” libertà di coscienza ai propri rappresentanti!
In quest’ottica risultano inaccettabili le posizioni assunte dall’on. Paola Binetti, “sistematicamente” in disaccordo con la linea maggioritaria emergente nel partito su questi temi e più in sintonia con l’Udc. Queste contraddizioni creano solo confusione e “diffidenza” tra gli elettori di centrosinistra!
Il “dramma esistenziale” del Pd è la mancanza di una chiara “identità politica”:
- è sì un “partito di centro” (ma non troppo …)
- ma anche un “partito di sinistra” (pur non troppo …).
Alla fine, l’impressione che l’elettore comune trae è che sia “niente”: un ritratto senza contorno!
Perché mai un cattolico (in senso “politico”, non religioso) all’Udc (un partito, al contrario, dalla identità chiara e parimenti distante dagli estremismi del Pdl e della Lega)?
E perché mai un elettore “sentimentalmente di Sinistra” dovrebbe preferire il Pd a Sinistra e Libertà o all’Idv (partiti che, ad esempio, fanno della lotta al precariato e per i diritti civili, il primo, e della questione morale e della lotta contro gli sprechi ed i privilegi della “Casta”, il secondo, una loro più visibile battaglia?).
“Perché il voto per il Pd è un voto utile”, si dirà: utile in quanto dato al più grande partito di opposizione, in rado di garantire ai propri elettori un’ampia rappresentanza parlamentare. Questo è vero, ma il potere politico non è valutato fine a se stesso ma per come viene esercitato dai partiti!
fino a quando gli elettori di centrosinistra resisteranno a votare “per convenienza” il Pd “turandosi il naso”???
QUAL’E’ SAREBBE POTUTA ESSERE UNA “ALTERNATIVA” AL PD?
Dopo l’ultima fallimentare esperienza di governo Prodi, raggiunto il minimo storico nei consensi della gente, una svolta radicale nel centrosinistra era necessaria. Questa svolta è avvenuta ed è stata:
1- la nascita del Pd
2- e la rottura dell’alleanza con la Sinistra (anche non radicale).
E’ stata questa la cura migliore ai mali del centrosinistra oppure si è soltanto intrapreso un “vicolo cieco”?
A mio avviso, era possibile (ed auspicabile):
- sia un altro Pd
- che un’altra coalizione di centrosinistra.
PRIMO: UN ALTRO PD
Il Pd (o come diversamente lo si sarebbe potuto chiamare: ad esempio, “Sinistra democratica”) avrebbe dovuto configurarsi non come un partito di centrosinistra bensì come un partito socialdemocratico: l’evoluzione conclusiva del percorso dei Ds dentro un contenitore più grande, in grado di accogliere anche tutte le forze dell’Idv, della Sinistra Democratica, dello Sdi e dei Verdi disponibili a costruire insieme un soggetto politico nuovo ed unitario.
Per favorire questo cambiamento, ovviamente, sarebbe stato auspicabile che tutti quei dirigenti che hanno guidato i partiti citati fino ad allora (che hanno condiviso le responsabilità passate del centrosinistra e si sono spesso divisi più da rancori ed antipatie personali che da vere divergenze politiche) si facessero da parte, lasciando definitivamente spazio ad una classe dirigente nuova (di uomini e donne che non hanno mai avuto le tessere dei vecchi partiti).
Solo ciò avrebbe consentito alla Sinistra di riunire le sue forze migliori (anziché disperderle) e di condurre “a viso aperto” delle battaglie identitarie in nome delle quali chiedere il consenso ai propri elettori. Eccone un esempio:
- si alla ineleggibilità dei “condannati in via definitiva”
- si alla ineleggibilità dei parlamentari dopo due legislature (o, in ogni caso, dopo aver rivestito lo stesso incarico elettivo per almeno 10 anni consecutivi)
- si ad un efficace contrasto all’evasione fiscale
- si ad una riforma fiscale che ridistribuisca il peso del fisco sia tra lavoratori autonomi e subordinati sia tra redditi di lavoro e rendite finanziarie
- si ad una serrata lotta alle mafie
- si ad una lotta al precariato
- si ad una riforma degli ammortizzatori sociali volti ad estendere delle tutele a tutti lavoratori
- si a nuovi investimenti nell’edilizia popolare
- si al taglio degli sprechi e dei privilegi della politica: anzitutto abolizione delle province e riduzione del numero degli eletti, degli emolumenti dei politici e dei dirigenti pubblici e del finanziamento pubblico ai partiti
- si al superamento del “bicameralismo perfetto”, per accelerare i tempi di approvazione delle leggi ed introdurre una Camera delle Regioni
- si alla riforma delle legge elettorale, in primis reintroducendo le preferenze (per restituire ai cittadini il diritto di scegliere i propri rappresentanti)
- si ad una legge sulla democrazia interna ai partiti, che, in attuazione dell’art. 49 Cost., preveda delle procedure obbligate di democrazia interna comuni a tutti i partiti (ad esempio, le primarie)
- si ad una riforma degli strumenti di democrazia diretta: anzitutto abolendo il quorum per i referendum abrogativi (in cambio dell’innalzamento ad 1 milione delle firme necessarie per promuoverli) ed obbligando il Parlamento a discutere in Aula entro tempi certi le iniziative legislative popolari
- si ad una riforma della giustizia volta ad accelerare i tempi di svolgimento dei processi, in specie civili
- si ad una riforma del codice penale volta, a tutela delle donne vittime di violenza, a differenziare le condotte di “stupro” e di “atti di libidine violenta” (attualmente omnicomprensivamente rientranti nel reato di violenza sessuale, ex art. 609bis c.p.), inasprendo le pene previste lo stupro
- si ad una riforma della sanità volta a restituire centralità alla Sanità pubblica (abolendo o riducendo le sovvenzioni alla Sanità privata) e ad introdurre una gestione meritocratica (non più politica) della stessa
- si ad una legge sul conflitto di interessi per chi sceglie di fare politica
- si ad una riforma della Rai volta ad estromettere la politica dalla sua gestione aziendale
- si ad una legge sulle pari opportunità che garantisca parità di salari e di opportunità di carriera agli uomini ed alle donne (solo raggiunto tale obiettivo sarà proponibile la parità anche dell’età pensionabile tra l’uomo e la donna)
- si a nuovi investimenti per la Scuola e l’Università pubblica (abolendo i finanziamenti alla scuola privata)
- si ad una riforma del Concordato Stato-Chiesa volta ad introduzione l’insegnamento di “Etica e storia delle religioni” in tutte le scuole pubbliche (di ogni ordine e grado) in luogo dell’insegnamento della religione cattolica
- si ad una legge sulle unioni civili (sia omosessuali che eterosessuali)
- si ad una legge contro l’omofobia (che introduca l’aggravante penale di discriminazione in base all’orientamento sessuale della persona)
- si ad una legge sul testamento biologico (che garantisca al paziente piena libertà di scelta sul proprio fine vita)
- si alla commercializzazione della pillola Ru486 (alla facoltà per la donna di scegliere l’aborto farmaceutico in luogo di quello chirurgico)
- si alla fecondazione eterologa ed alla diagnosi preimpianto
- si alla ricerca scientifica sulle cellule staminali
- si agli investimenti nell’energia pulita e no al ritorno all’energia nucleare
- Si ad investimenti infrastrutturali, no al Ponte sullo Stretto (in quanto opera tanto pericolosa quanto inutile)
- no alla immigrazione clandestina (la politica dei flussi è necessaria) ma si alla reintroduzione della figura dello “sponsor”, al permesso di soggiorno legato alla ricerca di un lavoro ed al riconoscimento della cittadinanza a tutti gli immigrati (regolari ed incensurati) risiedenti da almeno 5 anni nel territorio italiano
- si al pieno riconoscimento del diritto di asilo (no ai respingimenti collettivi verso la Libia!)
Un grande partito unitario della Sinistra avrebbe così consentito, infine, di allineare il quadro politico italiano:
- anziché ad una realtà lontanissima dalla nostra, quale quella americana (la storia dei democratici americani è diversissima dalla storia del centrosinistra italiano: basti pesare che negli Usa non sono mai esistite le ideologie politiche del ‘900!)
- alla nostra più naturale area di appartenenza, quella europea (dove non esistono “partiti democratici” ma solo partiti socialisti!).
SECONDO: UN ALTRO CENTROSINISTRA
Un obiettivo imprescindibile nella ricostruzione di un’alleanza di centrosinistra sarebbe dovuto essere quello di semplificare il quadro politico, risultando “ingovernabile” un’alleanza (quale il vecchio Ulivo) composta da:
- troppi partiti (ben otto: Udeur, Margherita, Ds, Idv, Prc, Pdci, Sdi e Verdi)
- e troppe divergenze interne (ricordiamoci dove stavano e dove stanno adesso, ad esempio, Mastella, Dini …).
Sarebbe stato auspicabile, allora, costruire una alleanza di centrosinistra “bipolare”, articolata in due soli grandi partiti alleati (dalla identità e dal bacino elettorale di riferimento ben chiaro e distinto):
1- un “partito di centro” (cattolico-riformista, in grado di esercitare una spinta attrattiva sull’elettorato moderato maggioritario nel Paese: la Margherita, o qualsiasi altro “centro” costruito intorno alla stessa)
2- ed un “partito di Sinistra” (social-democratico, capace di riunire tutte le forze della Sinistra più riformiste e progressiste: il Pd, o come si sarebbe potuto diversamente definire).
Il risultato di una simile riconfigurazione del centrosinistra sarebbe stato quello di:
- ampliare (anziché restringere!) il bacino elettorale potenziale della coalizione
- semplificare il rapporto di forza tra i due partiti alleati (a garanzia della governabilità nel caso di assunzione di responsabilità di governo)
- e porre rimedio alla “diaspora” della Sinistra cui si è assistiti dagli anni ‘90 ad oggi (escludendo solo le forze non disponibili a superare il Comunismo, ideologia legata al ‘900 e che, perduta la sua funzione storica, necessita di evolversi in nuove forme).
Il trionfo elettorale di Silvio Berlusconi alle ultime elezioni politiche (pur senza l’appoggio dell’Udc), del resto, dà prova di come il modello di un’alleanza tra due soli grandi partiti dalle identità forti e chiare è un modello vincente!
QUALI SONO LE RESPONSABILITA’ DELLA CLASSE DIRIGENTE DEL PD?
Le responsabilità principali della classe dirigente del centrosinistra (ora in gran parte confluita nel Pd) sono:
1- l’assoluta assenza di autocritica e di capacità di assumersi le responsabilità di una sconfitta
2- l’eccessiva litigiosità interna e la mancanza di omogeneità
3- l’opposizione ad ogni forma di rinnovamento dell’attuale “burocratia” che guida il Pd
4- la snervante “timidezza” delle posizioni politiche assunte dal partito (incapace di parlare al cuore ed alla testa del suo elettorato)
5- e l’aver disintegrato (anziché ricostruito) l’alleanza di centrosinistra (che non sii, ovviamente, una riproposizione di quel carrozzone di partiti e partitini rappresentato dal vecchio Ulivo).
A guidare il centrosinistra in questa Seconda Repubblica è stata la classe dirigente più “sfrontata e fallita” che si potesse avere:
- “sfrontata” perché vecchia (sia nell’età che nel modo di ragionare), legata “a doppio nodo” alle poltrone e facendo politica secondo calcoli e logiche “politichesi” mancando di ambizione, di innovazione e di coraggio politico
- e “fallita” perché, in 7 anni di governo negli ultimi 15, non capace di conseguire un solo risultato politico di rilievo (se non la riforma costituzionale del Titolo V del 2001), non mantenendo nemmeno in minima parte gli impegni elettorali assunti.
Tutto questo, così, giustifica il pensiero comune a molti elettori del Pd: “Chi ha ucciso il Pd? Gli stessi dirigenti del Pd!” (Carlo Lucarelli).
I dirigenti del centrosinistra (ora del Pd) hanno mancato di “umiltà” e di senso della realtà: tutti ritenutisi sempre una risorsa “indispensabile” per il partito, nessuno disponibile a farsi spontaneamente da parte concluso il proprio ciclo politico (eccezion fatta per Walter Veltroni).
Alle accuse di “gerontocrazia” tutti si difendono prontamente appellandosi alla mancanza di forze nuove provenienti dalla società civile capaci di conquistarsi un posto nel partito “spallata su spallata”. La realtà, invece, è che nel Pd non vi è affatto spazio per chiunque ambisca a scalare il vertice del partito senza conquistarsi l’appoggio di qualche barone in cambio di qualche poltrona!
La dimostrazione di ciò è data dalle stesse parole di Bersani, per il quale il peggior difetto del candidato alle primarie Ignazio Marino sarebbe essere “troppo ambizioso”: come può pensare, in buona sostanza, un “pivellino” della politica (senatore da soli due anni) di giocarsi un ruolo di segretario alla pari con veterani come Bersani e Franceschini, vantanti l’appoggio degli apparati degli ex Ds e Margherita?(!)
Ciò che è chiaro agi elettori (e che gli apparati del partito, invece, rifiutano di comprendere) è che il Pd ha un futuro se e solo se:
- l’intera classe dirigente attuale sia disposta a farsi da parte
- e la nuova classe dirigente che verrà sia capace di far sentire tutti protagonisti nel partito: tutti possono offrire il loro contributo, nessuno può considerarsi “indispensabile”; tutti devono agire nell’interesse del partito (non della propria personale carriera) ma anche esser pronti a farsi da parte terminato il loro ciclo!
Invece, nemmeno ripetute “debacle” elettorali hanno determinato alcun rinnovamento politico! A distanza di sette anni dalla denuncia di Nanni Moretti da Piazza Navona (“con questa classe dirigente alle mie spalle noi non vinceremo mai!”) è quanto mai sconfortante scoprire che gli uomini allora istanti alle spalle del regista sono sostanzialmente gli stessi che ancora oggi dirigono il Pd! Su tutti, l’eterno burattinaio e complottista Massimo D’Alema, figura la cui arroganza e presunzione verso la base ricorda sempre quella del Marchese del Grillo: “Ah...mi dispiace, ma io sò io, e voi nun siete un cazzo!”.
Il Pd avrà un futuro solo nei limiti in cui i suoi elettori sapranno riappropriarsi del loro partito, fin ora gestito dai suoi dirigenti come se si trattasse di “cosa loro”!
Per questo il Pd è risultato:
- né un partito “pesante” (stile vecchio Pci)
- né “liquido” (o “leggero”, stile ex Forza Italia)
- bensì “gassoso” (inconsistente, “né carne né pesce”: “un tubetto senza dentifricio” per Arturo Parisi!).
Gaspare Serra
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